SACCHETTI BIO, PENSIAMO AI DUE CENTESIMI MA IL VERO DANNO E’ QUELLO AMBIENTALE

Danni più gravi, costi indiretti economici maggiori e spreco energetico. Secondo  Alessandro Pizzi di Cosrab questa scelta non porta alla politica del chilometro zero. La direttiva europea suggerisce il riuso per sostituire la plastica.

Dopo una settimana dall’entrata in vigore della legge che impone che venga indicato sullo scontrino fiscale il prezzo per i sacchetti destinati agli alimenti freschi, continua a non placarsi la polemica sul “si o no” al sacchettino monouso.
Appurato che si tratti di un costo che i cittadini sostengono da sempre (con l’unica differenza che non erano a conoscenza di sostenere questa spesa), ora la polemica si è spostata su un altro fattore: quello ambientale e, ad intervenire nella querelle, è il vice presidente di Cosrab Alessandro Pizzi. “Aldilà del fatto che gli imballaggi sono sempre stati pagati prima dai produttori e importatori e poi scaricati sui consumatori – spiega Pizzi – quello che non si capisce è l’obiettivo del provvedimento del Governo italiano. La questione effimera legata a qualche centesimo di euro esposto nello scontrino al cliente crea soltanto imbarazzo ma il danno ambientale, che questa scelta apparentemente utilizzata per sostituire la plastica dannosa, in realtà provoca conseguenze ancora più gravi aumentando anche i costi indiretti economici e di spreco energetico”.
Secondo Pizzi, la vera alternativa per diminuire la quantità di rifiuti prodotti (che al 2020 in Regione Piemonte dovrà stare sotto i 159 Kg per abitante all’anno), sarebbe quella di riutilizzare la stessa borsa lavabile, impermeabile e isotermiche per mantenere le condizioni igieniche anche durante il trasporto e non solo al supermercato, senza contaminazioni né rotture o le borse igieniche a rete come fanno in Svizzera. “Si risparmierebbero gli ingenti costi energetici e ambientali per la produzione del mater-bi – dice ancora il vice presidente -. In provincia si pagano oltre 200 mila euro per portare l’organico negli impianti di compostaggio di Bergamo. La legge prevede che i sacchetti ultraleggeri debbano essere compostabili (cioè si devono dissolvere negli impianti di produzione di compost agricolo) e devono essere composti da materie prime rinnovabili (vegetali) al 40%, mentre rimarrà il 60% di componente petrolchimica. Dal punto di vista ambientale la vera alternativa è il riuso, come suggerisce la Direttiva europea in sostituzione della plastica”.
Secondo Pizzi quello approvato è un provvedimento che non porta alla politica dei ‘rifiuti zero’. “La norma riguarda esclusivamente le borse di plastica in materiale ultraleggero, non i foglietti trasparenti che il salumiere deposita sulle fette di prosciutto, non quelli di carta oleata e nemmeno per la plastica grossa della mozzarella né la plastica forata del pane. Per evitare la noiosa procedura di pesatura e prezzatura degli alimenti, molti consumatori si rivolgono a prodotti già confezionati in materiali non biodegradabili, come le vaschette di polistirolo espanso racchiuse in un film di plastiche di varia natura non riciclabili. Ciò potrebbe portare a un peggioramento dei rendimenti ambientali”.

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