COGNE 07-07-2016

MONTAGNA

I cinquant'anni dalla rinascita del Sella FOTOGALLERY

Sabato e domenica gita del Cai al rifugio per celebrare l'evento

I cinquant'anni dalla rinascita del Sella FOTOGALLERY 3

Quest’anno uno dei rifugi più amati delle Alpi Graie, il rifugio Vittorio Sella al Lauzon, 2588 metri, festeggia 50 anni dalla sua ricostruzione. Il Cai di Biella, proprietario del rifugio, per celebrare questa ricorrenza organizza per sabato e domenica una gita sociale.

Il percorso prevede la saluta al rifugio attraverso uno dei sentieri più spettacolari della Valle d’Aosta. La sera del sabato ci sarà spazio per un momento di convivialità e festa.

 Di seguito, concesso dal Cai di Biella, pubblichiamo il contributo uscito sulla rivista sezionale Brich e Bocc - marzo 2016 a firma di Manuela Piana. A corredo le fotografie che testimoniano i lavori fornita dalla ditta Ronchetta di Sordevolo.

 Nell'annuario 1962-'67 della sezione compaiono due articoli che riguardano il “Vittorio” - così comunemente si indica il rifugio che sorge nella conca del Lauzon, a 2588 metri s.l.m., sopra Valnontey, nella valle di Cogne -. Il primo, firmato da Felice Magliola, tratta delle origini sabaude del rifugio un tempo casa reale di caccia, il secondo, di Leonardo Gianinetto, narra delle vicissitudini della sua ricostruzione. La Reuant'anni daklla rinasvita del Sellaal Casina di caccia nella località detta Plan Chalande, come scritto nell’atto del notaio Durando di Torino del 22 gennaio 1922, è donata alla Sezione da Emilio Gallo (presidente dal 1920 al 1926).

Grazie ai lavori di sistemazione, appaltati all’impresa Ronchetta Duilio e Figlio di Sordevolo, quell’edificio presto si trasforma in“rifugio alpino al Lauzon” - tre sono le grafie accertate per la località, oltre a Lauzon, Lauson e Loson - e viene intitolato a Vittorio Sella “vanto e gloria dell’alpinismo italiano”.

Dopo una quarantina d’anni, di mezzo una guerra, i segni del tempo, nonostante la costante manutenzione, sono evidenti. Siamo negli anni ’60 ed i due edifici che costituiscono il rifugio non rispondono più alle esigenze dei nuovi frequentatori della montagna. Con il boom economico sono sempre di più le persone che possono praticare escursionismo e anche alpinismo. E il“Vittorio”, per la bellezza del luogo in cui sorge, nel cuore del Parco del Gran Paradiso, e per la facilità di accesso, diventa meta anche di turisti domenicali, naturalisti e studiosi. Un rifugio difficilmente per una sezione del Cai è un investimento. Pensare di dover a affrontare spese che vadano oltre l’ordinaria gestione può comportare dei seri problemi. Dove reperire i fondi necessari? È una domanda che ci si pone oggi, come ci si poneva nel passato. Facile è immaginare quali dubbi e timori serpeggiassero all’interno del Consiglio Direttivo che si trovò di fronte alla scelta di dover intervenire. Nei primi mesi del 1961, con un ”atto di fede”, il Consiglio decide la costituzione di una Commissione per la ricostruzione del rifugio e l’ingegner Franco Aimone indica una possibile spesa di circa 50 milioni di lire.

Con quell’atto inizia la storia di uno degli impegni più gravosi per una Sezione nell’assolvere una delle finalità istituzionali del sodalizio: la cura dei rifugi alpini. Nell’ottobre dello stesso anno è pronto il primo progetto. Ufficiosamente viene presentato alla regione Valle d’Aosta e sono molti i favori che riscuote. ”Troppo costoso, troppo di lusso” così verrà però in

fine valutato e quindi accantonato. Sono gli anni della crescita economica a doppia cifra: il lavoro alle imprese edili non manca e quindi si fanno pagare, soprattutto se il cantiere è in un luogo disagiato.

Il Consiglio prende coscienza della realtà e decide di ristudiare il progetto: si esaminano realizzazioni simili in Italia e all’estero e si approntano nuovi disegni. I problemi da superare rimangono complessi.

Un anno dopo il Consiglio approva un nuovo progetto e la spesa preventivata arriva a 61 milioni di lire. Vengono attivate le pratiche burocratiche presso i vari uffici della Vallée e bandita una gara a cui sono invitate 12 imprese di importanza nazionale. Nessuna però considererà quella realizzazione redditizia e il bando andrà deserto. Il sogno del nuovo “Lauzon” si arena nuovamente. Nel settembre del 1963 dalla regione Valle d’Aosta arriva inaspettata una buona notizia: l’ente è disposto a finanziere l’opera al 50% fino ad un ammontare massimo di 25 milioni di lire. Il preventivo dell’anno prima non è più valido e si deve ricominciare l’iter.

Il Consiglio nomina due commissioni, una tecnica per garantire la rispondenza del progetto alle richieste del Parco Nazionale, ed una finanziaria per reperire i 63 milioni previsti per l’ammontare dei lavori. Della prima fanno parte Ernesto Del Boca, Sergio Chiorino e Celso Pavignano, della seconda Guido Alberto Rivetti, Gustavo Gaia, Fulvio Chiorino e Giovanni Buffa.

Adottando sistemi costruttivi tradizionali si prevede la demolizione totale e la riedificazione del fabbricato di levante, più malandato, e l’ampliamento del fabbricato mensa/cucina. Allora come oggi i progetti si scontrano però con normative e vincoli che, in considerazione di dove si costruisce, possono sembrare poco sensati. Il mancato nulla osta da parte del consulente artistico del Parco rischia di mandare nuovamente tutto a monte. Nell’aprile del 1965 la soluzione che mette tutti d’accordo è trovata. Nulla sembra più ostacolare la realizzazione del nuovo “Vittorio” ma dopo due mesi una crisi nel Consiglio sezionale potrebbe compromettere tutto il lavoro preparatorio fin lì svolto.

Il buon senso prevale ed il nuovo Consiglio eletto in giugno, presieduto da Ugo Angelino, a affronta con decisione il problema. Nell’estate di quell’anno c’è un febbrile darsi da fare per ottenere tutte le regolari autorizzazioni. L’impresa Ronchetta, - la stessa che già aveva eseguito i primi lavori negli anni ’20 - che gode della fiducia personale dei dirigenti sezionali, inizia i lavori a suo rischio e pericolo, senza aver ancora firmato un contratto d’appalto.

I lavori vanno avanti con celerità fino a quando le prime nevi non ne impongono la sospensione. Nell’estate del ‘66 il cantiere riapre e viene velocemente portato a termine. Il 5 settembre di quell’anno, alla presenza dei massimi esponenti dell’alpinismo mondiale, verrà tagliato il nastro di quel rifugio che ci è tanto familiare e che ancora oggi, costantemente migliorato, accoglie migliaia di escursionisti ogni stagione.

In quegli anni una stretta di mano aveva quasi lo stesso valore di una firma su un contratto, c’era la fiducia nella collaborazione di tutti i Soci e una grande generosità da parte degli industriali e notabili biellesi, molti dei quali discendenti dei primi fondatori della nostra sezione.

Nel rileggere e riassumere il racconto di Magliola e Gianinetto mi sono resa conto dell’impegno che i vari Consigli direttivi succedutesi negli anni hanno dovuto a affrontare per la gestione dei quattro rifugi di proprietà della nostra sezione. E la sfida prosegue con maggiori difficoltà ancora oggi a causa della burocrazia e della situazione economica che ha reso ancor più difficile reperire contributi. Perseguire in questa nostra missione vale però sempre la pena: un rifugio attrezzato ed accogliente costituisce la necessaria premessa per la valorizzazione delle Terre Alte e per installare nel cuore dei visitatori il rispetto e l’amore per la flora e la fauna.

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