Va creata la comunità urbana di Biella

Caro Direttore,

siccome con rammarico ho appreso che la mozione relativa alla “grande Biella” è stata rispedita in commissione (il che equivale, stando almeno alla mia esperienza, a un rinvio “sine die”) mi permetto di intervenire.

Sono state scritte tante cose da un po' di tempo in qua su questo tema e sulle fusioni tra i comuni in genere; non ultime le proposte, a dire il vero più provocatorie che altro, dell'amica e collega, senatrice Favero, che vorrebbe ridurre addirittura a 7 i comuni biellesi.

Su una cosa, però, concordo: questo non è più il tempo delle lamentele fini a loro stesse, né  della nostalgia del “bel tempo che fu” (che bello, almeno nei miei ricordi, non era affatto, sia che si parli dei negozietti al posto dei supermercati, sia che si parli della situazione dei comuni sia che si parli della qualità della vita in generale), ma – questo sì – è il tempo di capire come riorganizzare le istituzioni democratiche e la partecipazione dei cittadini nell'era di internet; in una parola come rendere concreto il principio di sussidiarietà e attuale la democrazia.

Quali sono i bisogni che una comunità locale è chiamata a soddisfare? E quali sono i bisogni, (e, quindi, i servizi) per la cui soddisfazione occorrono ambiti, democraticamente gestiti, più “vasti”, a cominciare dal Comune e, per finire, su su fino all'Unione Europea?

Da “vecchio” municipalista e impenitente federalista non conosco altri approcci per immaginare una riorganizzazione dello Stato coerente con la visione personalista e comunitaria della nostra Costituzione che quello di riappropriarci del metodo “sussidiario” (ogni servizio viene svolto da chi, per dimensioni e costi, è meglio in grado di farlo e più vicino al cittadino).

Frettolosamente, da Tremonti-Berlusconi a Del Rio-Renzi (il meno “colpevole” peraltro..) passando per Monti e Letta, i Comuni, le Province e le Regioni sono stati considerati meri “centri di costo” fuori controllo. D'altra parte come dare torto a chi, in un momento drammatico per il bilancio dello Stato, divenuto pressoché incapace di garantire il pagamento del proprio debito, cercava di mettere le briglie alla spesa facile, quando non alle malversazioni, degli enti locali e delle Regioni?

Ancora una volta, però, con l' “acqua sporca” abbiamo corso il rischio di buttare via il “bambino” e la tenuta dell'intero sistema delle autonomie locali è stato messo a dura prova.

Tutta la stagione dell'autonomia statutaria, della responsabilità delle entrate e delle spese  (chiedo ai cittadini i soldi per fare questo e quello...), con l'abolizione dell'ICI/IMU e la reintroduzione dei trasferimenti statali come 30 anni fa (ma senza pagamenti “a pié di lista” da parte dello Stato), è pressoché venuta meno e si assiste a un un neo centralismo statale asfissiante a cui, dopo il necessario “risanamento” occorre porre rimedio per ricreare un giusto equilibrio rispettoso del principio di sussidiarietà e di responsabilità.

E' in questo quadro che va collocata la questione delle unioni e delle fusioni dei comuni.

Non dobbiamo, cioè, fare le unioni o le fusioni perché non ha più senso avere comuni di 100 abitanti, ma perché occorre garantire nel modo più efficiente ed efficace possibile i servizi e perché lo sviluppo delle nostre comunità va visto alla luce della complessità di questo tempo e non in base (solo) ai “campanili” e alle “torri civiche” (spesso coincidenti) della nostra storia millenaria, senza, però, dimenticare MAI che l'Italia è il Paese delle “mille” Città e non certo delle 20, spesso artificiose, Regioni o delle 110 Province.

Se il criterio dovesse essere meramente quantitativo che dovrebbe dire la Francia coi suoi 36000 municipi o la stessa Germania, che ne ha circa 12000?

Non è questo il tema e non è questa la ragione per cui già nel 1999 proponevamo la creazione di una “comunità urbana” di Biella che è stata al centro anche della recente campagna elettorale (Buongiorno Biella, ad esempio, ne ha fatto un punto importante).

Negli anni che vanno dal 1990 al 2004 (quando lasciai la guida della Città) il nostro sforzo fu rivolto al mantenimento del forte legame tra Biella e gli altri comuni nel Consorzio dei Comuni; al rafforzamento degli strumenti intercomunali per gestire i servizi principali quali l'acqua (il Cordar), i rifiuti (Cosrab, Seab e Asrab), i trasporti (l'ATAP), i servizi sociali (IRIS e CISSABO); al ruolo sempre più attivo delle Comunità montane. Fu, quella, la strategia che accompagnò una fase espansiva del nostro sviluppo, prima della grande crisi del 2006/7.

Già allora, tuttavia, si capiva che neanche più il capoluogo poteva gestire da solo problemi come la sicurezza urbana, la disciplina urbanistica, i servizi amministrativi, la gestione del catasto e dei servizi alla persona (scuole, case di riposo, asili, ecc.) per citarne alcuni, senza una programmazione e gestione condivisa con i comuni contermini e già allora ragionavamo come se Biella fosse il “quartiere centrale” di una comunità urbana di 100.000 abitanti raccolta nel raggio di 4/5 km dal centro del capoluogo che si doveva ripensare nell'interesse di tutta la provincia (e questa era ed è la grande differenza tra Biella e gli altri capoluoghi “minori” del Piemonte e non solo).

Pudicamente non parlavamo di “grande Biella”, di comune unico, ma di “comunità urbana” per non sollevare suscettibilità nei comuni più piccoli, gelosi della loro autonomia,, ma il concetto era chiaro. Così come era chiaro che molte amministrazioni provinciali troppo piccole (come la nostra) prima o poi sarebbero state messe in discussione perché incapaci di assolvere ai problemi di “area vasta”, che non coincide con la Regione, ma che neanche si può esaurire nelle micro-province.

Da qui la proposta (2009) di dare vita ad un'unica grande provincia del nord est del Piemonte presentata in un convegno a Vercelli.

Nulla di tutto ciò è stato fatto.

Abbiamo però assistito allo smantellamento senza alternative del Consorzio dei Comuni; nessuna aggregazione è avvenuta tra IRIS e CISSABO e si è dato vita da un paio d'anni in qua a unioni di comuni (non del capoluogo) di cui si fa fatica a capire la ratio.

Quello che è avvenuto sul territorio sembra davvero assai poco a un razionale disegno di riorganizzazione dei servizi comunali, coerente con le omogeneità territoriali e le identità municipali nonché finalizzato a offrire ai cittadini servizi migliori e, soprattutto, a costi contenuti.

Io credo, se davvero vogliamo creare le premesse per rilanciare il territorio, che tutto ciò vada ripensato.

Occorre semplificare e riorganizzare i consorzi, le aziende speciali, le partecipate; occorre introdurre elementi di liberalizzazione e privatizzazione; occorre creare la “comunità urbana di Biella” (o “grande Biella” che dir si voglia) e occorre dare vita a limitate fusioni e sostanziali unioni (ma coerenti non raffazzonate!), non solo per godere delle provvidenze messe a disposizione dallo Stato e dalle Regioni, ma per dare vita a  Istituzioni locali democratiche e funzionali ai nuovi bisogni, senza svendere identità, storie, tradizioni. “FusionI” e “Unioni” vanno visti come strumenti per erogare al meglio i servizi, non come bandiere ideologiche al servizio di politiche contrapposte.

E, infine, occorre ripensare la partecipazione dei cittadini. Condivido l'idea, emersa anche recentemente nel corso del convegno promosso dai Democratici di “Futuro Democratico” di valorizzare al massimo gli strumenti che uniscono la “community” (la comunità della rete), ma resto convinto che nulla possa superare in termini democratici che l'incontro tra la gente nelle “agorà” che vorremo e sapremo riorganizzare.

Occorre rimediare – e personalmente mi impegnerò in tal senso – perché alcune vere e proprie stupidaggini fatte negli anni scorsi perdurino. Se bisognava risparmiare (e bisognava!) non era certo dalla diminuzione del numero dei consiglieri comunali o dall'abolizione dei consigli di quartiere che si doveva cominciare, ma, semmai, dalle indennità dei politici, dai parlamentari in giù. Non è nostalgia ricordare quando bilancio, piano regolatore, servizi alla persona o opere pubbliche venivano discusse a Vaglio o a Favaro con 50/100 persone presenti e interessate o quando dal “basso” giungevano sollecitazioni al “palazzo”. Non erano né perdite di tempo né orpelli burocratici, ma momenti democratici di confronto, scontro o condivisione che oggi mancano e che allargano la frattura tra i cittadini e chi li governa e che non è certo il pullulare di opinioni o idiozie (anche mie) su facebook che potrà mai compensare.

Insomma, anche nel nostro “piccolo mondo” (il Biellese) la questione istituzionale viene prima o è quanto meno deve essere contestuale alla questione sociale che la crisi finanziaria ha lasciato dietro di sé, ma mentre quest'ultima troverà la sua soluzione quando si ritroverà un punto di equilibrio tra il vecchio mondo (l'Europa) e i mondi in via di sviluppo, il dare vita a una governance locale efficace, per una Biella e un Biellese che vogliano ritrovare la loro centralità, dipende solo da noi e dalla nostra capacità di stare insieme e di ritrovare il senso del nostro sviluppo. Senza egoismi e senza le nostalgie di un tempo che, bello o brutto che sia stato, di certo non tornerà più.

Grazie per l'ospitalità

Gianluca Susta 26/apr/2016 00:00:00

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