IL VALORE DEL XXV APRILE SEMPRE ATTUALE

EDITORIALE

C’è chi dice che sono passati così tanti anni che non varrebbe più la pena ricordare, c’è chi dice che i partigiani hanno fatto nefandezze, dimenticandosi però quelle commesse dalla RSI, c’è chi continua a ricordare come chi Sali in montagna fu un traditore (di cosa ?? dell’alleanza con la Germania ? della commistione con i campi di concentramento e le camere a gas ??) c’è chi racconta che alla fine della guerra ci furono massacri e regolamenti di conti ( e chi lo nega, lo sanno benissimo anche gli storici cosa successe all’Ospedale psichiatrico di Vercelli – pochi però citano coloro che si arresero e furono giustiziati di cosa si erano macchiati nei mesi precedenti). Pochi ancora però ricordano i massacri, le torture, le fucilazioni sommarie con ben 667 uomini e donne uccisi nel periodo dal 1943 al 1945. Il guaio per tutti fautori di una parte o di un’altra che si comportano come tifosi di una squadra calcistica, di una fazione, ma qui non stiamo parlando di una rete e/o una vittoria sul campo sportivo. Qui si parla di privazioni, di libertà, di idee, della vita stessa se non eri d’accordo con il regime. Se quasi seicentomila soldati preferirono rimanere nei lager nazisti invece di imbracciare i fucili e di scendere in campo per il Duce ci sarà stato un motivo. Venti anni di privazione delle più elementari norme di libertà sono lì a testimonianza di una dittatura feroce e inutile. Chi oggi persegue quei principi e soprattutto fa il nostalgico dimostra di non aver appieno compreso e studiato quel periodo e la speranza è che tale oscurantismo rimanga tale. Diceva Montanelli, decano dei giornalisti italiani che un paese che vuole avere un futuro deve conoscere al meglio il proprio passato. Ecco studiatelo e conservatelo il passato, e così scoprirete che le leggi razziali non furono un retaggio solo degli ultimi anni del Duce, ma i prodromi avvennero ben prima della conquista dell’Etiopia, che il Regime che era un inno all’assistenzialismo burocratico faceva solo vuota propaganda ma poi sui fatti concreti non c’era, si faceva la fame e c’era una miseria incontrollata. E anche il simbolo della estrema fierezza del mostrare i muscoli era una balla clamorosa. Andatelo a chiedere ai fanti i cui fucili si inceppavano sul fronte greco, o agli alpini che avevano calzature estive sul Don a meno venti gradi, oppure agli eroi di El Alamein che combatterono a mani nude contro gli inglesi. Ridurre la Resistenza a una festa di partito di sinistra è tipico di coloro che vogliono far dimenticare cosa era realmente il fascismo, andate a Villa Schneider nei sotterranei, guardate l’orrore di quel posto andate in Piazza Martiri e pensate ai 22 giovani là fucilati o a Mottalciata a Salussola in Riva, il crepitio di quelle pallottole che spezzavano quelle giovani vite che avrebbero voluto ben altro epilogo se non vivere in democrazia. Stiamo attenti a denigrare quel periodo la Storia prima o poi ci ripresenterà il conto e come ricordava il Presidente Pertini “preferisco di gran lunga la peggiore delle democrazie alla migliore delle dittature”

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