IL PRIMO RE – 753 AB URBE CONDITA AL CINEMA

Solo negli ultimi tre anni è tornato nel mondo del cinema italiano qualcosa che mancava da tempo i film di genere. Guardando “Il primo re”, opera quarta di Matteo Rovere, sembra di trovarsi di fronte al Mel Gibson di dodici anni fa che con “La passione di Cristo” e “Apocalypto” aveva ricostruito una credibile realtà storica dovuta principalmente all’uso della lingua locale del tempo. Rovere fa la stessa cosa con un protolatino arcaico con contaminazioni di indoeuropeo laddove era praticamente impossibile ricostruire la lingua, ovviamente un lavoro sottotitolato.

Protolatino perché il film parla delle origini di Roma, la storia di Romolo e Remo e la nascita di ciò che sarebbe poi diventato l’impero più famoso della storia. Rovere ha voluto dare una connotazione realistica all’opera, spogliandola dell’alone mitico, privando elementi come la lupa e la discendenza divina, e anche grazie alla magnifica fotografia la vecchia provincia romana  sembra tornare all’ottavo secolo a.C.

Nonostante la somiglianza ai lavori storici di Gibson, sono altre le maggiori influenze alla pellicola, soprattutto “Revenant”, per quanto riguarda impostazione di scenario, alcuni tipi di riprese e caratterizzazioni dei personaggi simili; e “Valhalla rising”, per la violenza, sangue e misticismo (che non è mitico). Visto l’enorme budget a disposizione (nove milioni), per una produzione italiana (e belga), ma pochi in verità per una hollywoodiana, serviva il volto noto per richiamare pubblico in sala, scelta ricaduta su Alessandro Borghi, che è si uno dei due protagonisti del film ma non quello del mito, infatti interpreta Remo, mentre Romolo è impersonato da Alessio Lapice.

Entrambi sono molto bravi e con il carisma di Borghi si esaltano in particolar modo in un monologo a metà film, dove seppur parlando una lingua morta e arcaica, è riuscito a zittire le persone che in sala si facevano gli affari loro, da applausi. Un pregio che non è enorme, ma fondamentale, è la colonna sonora, che non sempre, ma soprattutto nei momenti concitati fa venire la pelle d’oca. Il trucco poi su alcuni personaggi è incredibile, riesce a farli apparire totalmente diversi. Tutto tecnicamente è reso perfetto.

Dal punto di vista della psicologia il film è attualissimo, contrasti d’idee tra un fratello che si crede superiore rispetto a tutti coloro che ritiene deboli, persino alla divinità e un altro che trovo nel gruppo unito senza distinzioni la forza necessaria a creare un luogo di vita sicuro. Da seguire con attenzione i titoli di coda. Lo spettatore esce dalla sala con la convinzione che si sia realizzato un film che non si direbbe italiano ma hollywoodiano, quando abbiamo mezzi ma soprattutto buone idee riusciamo sempre a creare qualcosa di straordinario.

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