FINISHER, 21 KM AL TRAGUARDO

Le ultime ore travagliate, interminabili, il calvario. Il racconto del biellese alla sua prima esperienza al Tor des Geants.
“Sono scoppiato a piangere e ho percorso tutta Courmayeur con le lacrime”. Sono le parole di uno dei tanti partecipanti al Tor des Geants, è uno dei biellesi riusciti a portare a termine i 330 chilometri. I 24 mila metri di dislivello. Un Gigante, uno dei 534 ‘finisher’ su 894 partiti. E’ Gianluca Slanzi, 50 anni tra pochi giorni, luogotenente dei carabinieri di Biella e capo del servizio informativo. La sua storia l’avremmo raccontata qualsiasi cosa fosse accaduta, anche dopo un eventuale e possibile ritiro dalla gara. Era l’accordo, il nostro accordo di qualche mese fa. E oggi 17 settembre siamo andati a trovarlo; entrambi abbiamo mantenuto fede alla stretta di mano, valida come quella di una volta, anche ora che siamo immersi nell’era tecnologica. Nella caserma di via Rosselli, ci viene incontro, ci accoglie col sorriso e prendiamo l’ascensore per salire al primo piano. Qui capiamo subito cosa sia significato il Tor per Gianluca. Ha le gambe ancora gonfie, il ginocchio di più, in volto la stanchezza scolpita, ci sussurra di sentirsi “strano” quasi di non aver più muscoli ma solo pelle. La prima cosa che Gianluca ha fatto quando è tornato a casa è stata quella di essersi messo davanti allo specchio. Non si è riconosciuto più dai chili persi in una settimana. Non li dice e noi non insistiamo nel saperli. Più avanti capiamo che oltre allo sforzo fisico non ha praticamente mangiato per giorni interi. Siamo seduti uno di fronte all’altro quando inizia il racconto. Il primo pensiero è rivolto a Camilla, sua figlia, alla parole dette e sentite poco prima della partenza di domenica 9. E gli occhi iniziano ad arrossarsi e gonfiarsi quasi come un tornado in rafforzamento. Le lacrime però non escono, le trattiene tutte per sé così come le dolci parole di Camilla sussurrate nel suo orecchio.
“E’ stata un’esperienza incredibile. Non ho mai pensato di ritirarmi. E’ stato il mio leit motiv durante tutto il tempo. Insomma, fino a quando mi sono reso conto di farcela, a Courmayeur”. I primi giorni trascorrono velocemente tra lune, albe, sole, azzurro, panorami mozzafiato, tramonti e notti buie. Gianluca si fermava nei rifugi, nelle Basi Vita. Dormiva il giusto e ripartiva. Tutto questo fino al rifugio Coda, l’unico in territorio biellese e non valdostano di tutto il Tor. A quel punto i problemi non sono le gambe o la stanchezza, ma il rifiuto per il cibo. Già, un paradosso, lui che divora qualsiasi cosa si trovi sul tavolo di casa, l’essere in quella situazione è un fatto insolito per il quale lo preoccupa molto. E siamo solo a metà strada, a 165 km dalla partenza. Intanto inizia a salire lentamente la paura di non riuscire nell’impresa. “Ho camminato per giorni, anche in compagnia di altri concorrenti ma sempre seguito da Mario Zanchetta de La Vetta Running, lui aveva il pass e mi ha aiutato ovunque sia stato possibile farlo. All’arrivo piangeva come me (racconta commosso)”.
Ma sono stati in molti ad andarlo a salutare ovunque, in primis la sua famiglia, la moglie Laura sempre insieme a Camilla. Proprio al rifugio Coda, Gianluca entra in crisi.  Una delle giornata più nere del percorso. Qualcuno gli fa un’iniezione di Plasil contro la nausea. Tempo un’ora per riposarsi e prima di ripartire riesce a mangiare un purè. “Subito dopo mi sembrava di volare”. Gianluca continua, avanti a testa bassa per le montagne valdostane. Ma ben presto l’effetto del medicinale termina e riprendono i problemi. “Provavo a pensare al cibo più buono al mondo ma provavo solo nausea. Quella sì. Tanta. Mi sciacquavo con acqua dei ruscelli ma non riuscivo a inumidire la bocca, la gola. Era tutto secco. Una sensazione terribile”. La determinazione e la volontà però non mancano e così continua a macinare sentieri, chilometri con il cervello che lavora continuamente. Non sappiamo i pensieri in quei momenti. E tutto sommato sono suoi e noi non vogliamo neanche conoscerli. In quel momento Gianluca interrompe la chiacchierata per precisare dicendoci “non essere andato da scalatore ma nemmeno da sprovveduto ma per il Tor non sei mai pronto abbastanza e credo ci voglia anche una grande fortuna. Io mi ritengo un fortunato”. E così, acciaccato, con lo stomaco sottosopra Gianluca avanza, passa Champoluc, Oyace, Ollomont, Bosses fino ad arrivare al Rifugio Frassati. Aria di casa, profumo di ‘finisher’. “Erano le 4 e 17e  ho pensato, adesso dormo un paio d’ore e poi riparto. Ho tutto il tempo dalla mia parte. Forse proprio lì ho commesso l’errore di rilassarmi. Non so”. E così inizia il calvario degli ultimi 21 km.
“Sono ripartito alle 7 e una volta in cima al Malatrà, prima dell’ultima discesa, è iniziato il calvario. Mi aiutavo ripetendomi cammina, cammina. Insistevo nel dire e pensare di non riuscire a farcela. Continuavo a chiedere quanto mancava alla fine. Mi passano davanti tutti. Oltre un centinaio di posizioni perse. Mi incoraggiavano, spronandomi e dicendomi che era quasi finita ma ad ogni sorpasso saliva in me la paura di non arrivare. Guardavo l’orologio in continuazione e un minuto mi sembrava un’ora. Procedevo lentamente, avevo male da tutte le parti. Non andavo avanti. Arrancavo in discesa”. Mentre racconta noi fissiamo i suoi occhi capiamo che è quasi in modalità ‘live’ e sta rivivendo le stesse emozioni di qualche giorno indietro. Come fosse in montagna, come stesse ancora scendendo dal Malatrà.
“Gli ultimi 21 km sono stati veramente un calvario, fisico e mentale. Mi trascinavo come mai era successo in vita mia”. Gianluca ha impiegato 9 ore per scendere a Courmayeur. Ma ce l’ha fatta, oltre 2 ore prima della chiusura. “Arrivato sull’asfalto ho visto Laura e Camilla, il cervello si è sbloccato e mi sono lasciato andare in un pianto a dirotto fino alla linea del traguardo. La gente intanto mi incitava pronunciando a gran voce il mio nome quasi mi conoscessero di persona, quasi fossimo vecchi amici. Qualcosa di unico, di bellissimo. Una cosa ho capito, il Tor non lo devi affrontare come fosse una gara e dovessi rifarlo lo vivrei come avventura, un viaggio dove conti solo finire entro le 150 ore. In tutti questi giorni mi sono accorto quante persone mi hanno seguito, tutti avevano mie notizie nonostante abbia tenuto un profilo basso, non sono molto social sulla mia pagina Facebook, è veramente incredibile come sapessero tutto. Li ringrazio perché ognuno di loro mi ha iniettato un po’ di forza per continuare, per farmi tornare a Courmayeur e per farmi indossare quella magica maglietta con la scritta finisher”. Gianluca Slanzi ha terminato il suo primo Tor des Geants dopo 147 ore 46 minuti e 8 secondi, al 501esimo posto. Ma questo conta poco, anzi nulla, l’importante è essere ritornato a Courmayeur da “finisher”.
Fulvio Feraboli
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